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Pitié o l’opera di un’anima antica schiacciata sotto il peso di un’esistenza dal gusto di assenzio
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Pitié o l’opera di un’anima antica schiacciata sotto il peso di un’esistenza dal gusto di assenzio

Pitié o l’opera di un’anima antica schiacciata sotto il peso di un’esistenza dal gusto di assenzio

Pitié, un'opera letteraria haitiana che dà voce a un'anima antica.

Il vocabolo crisi porta con sé un’infinità di sensi. Nessuna intenzione di rivelarli tutti questo pomeriggio. Tuttavia, alcune precisazioni si impongono. Una bambina i cui genitori non dispongono a Natale di fondi sufficienti per comprarle una bambola della Piccola Sirena nera fa una crisi e si chiude in camera a doppia mandata, senza toccare i pasti della giornata.

Un ragazzo il cui cane è stato avvelenato all’improvviso da un vicino per vendetta, o abbattuto dopo aver contratto la rabbia, perdendo da un giorno all’altro un amico fedele, entra in crisi.

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Per finire, una società in preda a ogni sorta di mutazioni, e i cui dirigenti sono deboli, forse prolungata in una crisi profonda.

Nel primo caso, la ragazza fa il broncio per attirare l’attenzione dei genitori, allo scopo di sentirsi apprezzata dai bambini della sua età a scuola o nel vicinato. Oggi, una trentina di minuti di negoziazione possono bastare per ricavarne una soluzione duratura. Ai miei tempi, qualche colpo di cintura ben assestato avrebbe avuto ragione di questo capriccio. Ma l’umanità evolve, si dice. Nel secondo caso, questo ragazzo può ritrovare il sorriso dopo qualche settimana. Gli occorre un po’ di attenzione e, senza dubbio, un altro cane. Come direbbe Stendhal, solo la passione trionfa sulla passione. Nell’ultimo caso, questa società diretta da inetti è scossa nelle sue fondamenta profonde. Le sue istituzioni possono disfarsi una a una. Le forze vive si dissolvono in un nulla di tempo. Questa situazione crea uno tsunami sociale che distrugge ogni vita in seno a questa collettività. È effettivamente una crisi.

La crisi, da questo punto di vista, costituisce una situazione allarmante, disperata, nell’esistenza di una comunità in cui niente va. Il caos vi regna da padrone. L’essenza stessa della vita scompare. L’individuo può prendere il sopravvento sulla collettività. Ciascuno tenta di risolvere i propri problemi senza curarsi dell’altro. Il vicino più prossimo è relegato ad anni luce da sé.

Come volgersi verso la creazione? Come continuare a concepire l’alterità? Come può l’artista impregnarsi di questo grande smarrimento collettivo come fonte di motivazioni?

Ecco le domande alle quali devo rispondere. Un artista vede e sente ciò che il comune dei mortali non può nemmeno immaginare in una vita di mille anni. Crea per denunciare, quando la sua coscienza di essere umano è in rivolta. Esalta gli eroi o la patria secondo il suo sentire. Canta la bellezza di una donna irresistibile, ammaliante, o brutta e splendente. Può anche servirsi della desolazione circostante per dare un senso alla vita.

Creare in letteratura come nelle arti in generale non dipende dalla congiuntura. L’atto di creazione dipende dalle disposizioni del creatore. Gli avvenimenti paralizzano alcuni e galvanizzano altri. Creare è godibile. Ciascuno gode dunque secondo la propria fantasia. Scrivere apre la via al cambiamento. Lo scrittore getta uno sguardo diverso sul mondo. Incrostandosi nel reale lo abbellisce, lo rende migliore o orrido secondo il messaggio che intende condividere. Tutto sommato, con lui la vita non è mai congelata. Scrivere è mettere il mondo in un barattolo per percorrervi l’universo.

L’artista cova la sua opera con ogni tempo. Oswald Durand si colmava di gioia nello scorgere il bel corpo di Choucoune dal suo osservatorio segreto. Musset, al contrario, nel dolore redigeva la sua notte d’ottobre. Quanto a Dany Laferrière, in esilio, descrisse gli orrori della dittatura duvalierista e l’incuria delle ragazze del suo quartiere in questo mondo violento e pericoloso.

In definitiva, lo scrittore vive in una società con valori che condivide o no. Essi condizionano la sua esistenza o non hanno alcuna presa su di lui. Per molti aspetti, il mondo circostante gli serve da laboratorio. Vi realizza le sue sperimentazioni. Getta sul mondo uno sguardo nuovo, logoro, disilluso, malinconico, violento, pieno di acredine, secondo il suo umore.

Pitié è l’opera di un’anima antica schiacciata sotto il peso di un’esistenza dal gusto di assenzio. Il giovane Mike Bernard Michel vive di espedienti e di menzogne. Le mani della vita si abbattono su di lui con una violenza indescrivibile. La sventura lo stringe tra le braccia giorno e notte. Bisogna per questo abbassare le braccia? Musset amava dire: « l’uomo è un apprendista, il dolore è il suo maestro. E nessuno si conosce finché non ha sofferto. »

L’artista deve produrre sotto tutti i cieli. Tale è la sua vocazione. Gli incompetenti al potere, i banditi legali o di strada, il carovita, la disoccupazione, i dispiaceri d’amore sono altrettanti soggetti di preoccupazione per lui. Se è vero che un ventre affamato non ha orecchie, resta il fatto che tiene il cervello desto. Che dico: lo stimola al punto di creare opere senza tempo. Signor Pitié, voi avete un bel futuro davanti a voi.

Opera di Jean Rony Charles, il libro è disponibile presso le Éditions Repérage.

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Franck S Vanéus
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